17 gennaio 2019
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Categorie: Global Equities
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Stati Uniti: politica monetaria flessibile

 

L’ultimo trimestre del 2018 si è dimostrato alquanto difficile per i listini azionari. I portafogli di investimento, impreparati ad una discesa così repentina dei mercati, hanno subito una forte pressione terminando il quarto trimestre con evidenti performance negative, condizionando il ritorno dell’intero anno. L’analisi azionaria settoriale ha mostrato anch’essa una discesa uniforme, tranne che per la tenuta di Utilities e Healthcare; a sorprendere in negativo, nonostante le previsioni del 2018 fossero a favore, sono stati i titoli del settore Financials che secondo gli analisti sarebbe stato uno dei segmenti di mercato a beneficiare del rialzo dei tassi della FED. I due motivi scatenanti del ribasso sono stati gli effetti di un rallentamento economico prospettico, anche per le dispute commerciale tra Cina e Usa, e gli ulteriori restringimenti monetarie manifestati durante ogni riunione della FED con relativo aggiornamento del ‘dot plot’ dei rialzi dei Fed Funds.

Base monetaria e inflazione

La teoria indica che la contrazione della base monetaria deve essere equilibrata rispetto al moltiplicatore monetario in modo da mantenere la crescita di offerta della moneta e la sua velocità tali da compensare gli effetti restrittivi della liquidità voluti. In realtà abbiamo assistito a una eccessiva decelerazione nella crescita di M1 e M2 durante il restringimento quantitativo degli ultimi due anni: la crescita anno su anno di M1 si è ridotta da circa l'8% nel picco di bilancio Fed fino al 3% nell'ultimo anno. Anche la crescita di M2 è scesa dal 5% circa a poco meno del 4% nello stesso periodo. Nell’esperienza degli anni ’80 l’operazione di contrazione dell’offerta di moneta è stata determinante nelle fase di controllo inflattivo, ma in questi anni lo scenario si sta dimostrando diverso; da anni la crescita della produttività e l’aumento dell’offerta hanno mostrato rischi di shock deflazionistici. Gli strategist statunitensi fanno notare che il 2018 è stato il decimo anno in cui la politica della FED non ha colpito il target inflazione di lungo termine del 2% (tasso definito “core” personal consumption expenditure - PCE), nonostante i suoi continui interventi.

La flessibilità di Powell

La ricerca di una politica monetaria appropriata ad ottenere una stabile inflazione vicina al target si è modificata molto negli ultimi anni tanto che gli obiettivi di tasso dei Fed Funds sono man mano diminuiti sino a raggiungere oggi livelli sotto il 3%. Secondo le recenti analisi, infatti, l’appiattimento della curva dei rendimenti, pronta quasi alla sua inversione, indicherebbe una sovrastima del tasso di equilibrio e degli ulteriori rialzi previsti.  Nella conferenza stampa dello scorso 19 dicembre, il presidente della FED, Jerome Powell, sembra aver preso posizione sul nuovo quadro economicoaffermando che la banca centrale ha bisogno di concentrarsi sull'inflazione, ponendo meno enfasi al miglioramento del mercato del lavoro e adoperandosi per una maggiore flessibilità di intervento. Questo atteggiamento ha cambiato il sentiment degli investitori, molto preoccupati che il restringimento monetario potesse indebolire il ciclo economico.

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Monetary policy mistakes

 


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