5 maggio 2022
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Cina update

   

Dopo un periodo di stabilità, recentemente il tasso di cambio tra la valuta cinese e il dollaro americano ha visto un marcato deprezzamento del RMB di oltre il 4% passando in sole tre settimane da 6,35 a 6,61, una variazione che ha messo pressione al mercato finanziario cinese e attirato l’attenzione nel mercato globale. In realtà il recente deprezzamento del RMB era già presente nelle aspettative di inizio anno a causa di alcune motivazioni che si sono in effetti manifestate. Una prima ragione sul deprezzamento ha riguardato il restringimento dello spread tra il rendimento dei Teasury Usa e delle emissioni governative cinesi, quale conseguenza di una politica monetaria che ha visto la banca centrale cinese PBoC tagliare due volte il suo tasso di riferimento (LPR - Loan Prime Rate) e promuovere la riduzione delle riserve obbligatorie (RRR) delle banche commerciali per allentare il credito, mostrando un ciclo di politica monetaria espansiva in opposizione alla restrizione della banca centrale statunitense che ha aumento i tassi di interesse dei FED Funds. In questo scenario infatti la PBoC ha voluto parare il declino evidente della crescita economica cinese, a fronte della ripresa degli USA, soprattutto nel cambiamento delle previsioni di crescita a breve termine dovuto alle ondate di pandemia e al lockdown di Shanghai.

Macroeconomics

Rimangono quindi in evidenza i fondamentali macroeconomici che così come avevano supportato l’apprezzamento della valuta cinese durante la prima ripresa post-Covid, ne tracciano una prospettiva mano positiva per le recenti riacutizzazioni di Omicron. Risultano peraltro chiari i motivi del deprezzamento del RMB, da una lato la contrazione delle partite correnti e i deflussi di capitali, ma anche l’evidenza di un passo correlato al calo dello yen giapponese, per effetto che entrambi i paesi hanno contrastato la politica monetaria restrittiva della FED statunitense. In effetti negli ultimi mesi del 2021, quando le esportazioni cinesi hanno battuto i record di mese in mese, gli operatori si erano preoccupati di un calo di momentum locale e il ripresentarsi di rinnovati problemi sulla catena di approvvigionamento in caso di chiusura della produzione delle aziende cinesi a fronte della normalizzazione nei paesi sviluppati; una preoccupazione che è sembrata materializzarsi di recente sulla base dei risultati più recenti. Basandosi su una graduale normalizzazione delle partite correnti non ha sorpreso l’ipotesi di un deprezzamento competitivo tra le economie asiatiche e di JPY e RMB. Guardando avanti, l’inevitabile contrasto tra le misure di politica monetaria di Cina e Stati Uniti mettono in attesa i trend valutari sugli sviluppi di uno scenario economico ed inflattivo con più visibilità dal punto di vista degli effetti di ritorno delle azioni politiche con un tasso di cambio del RMB e USD intorno agli attuali livelli. Secondo i recenti aggiornamenti dei modelli macro globali, le aspettative degli analisti vedono i flussi di capitale in Cina tornare in area positiva solo nel 2023.

Pressione Omicron

Il rischio maggiore per uno scenario di ripresa risiede in un mancato equilibrio tra il rilancio della crescita e il mantenimento di basse infezioni. Il dilemma politico cinese vede in un allentamento eccessivo delle restrizioni il rischio di perdere il controllo della pandemia, mentre al contrario una risposta forte al COVID troverebbe un blocco all’espansione insufficiente a mantenere il passo stimato dal governo per una crescita economica sopra il +5% annuo. In realtà non vi sono regole che possano garantire un percorso completamente favorevole: sono state poche le realtà che sono riuscite a ridurre l'impatto economico negativo del COVID-19 mantenendo un numero limitati di infezioni. Per la Cina il problema di un errore potrebbe costare molto caro per l’ampia popolazione non immunizzata. D’altro canto una mossa troppo cautelativa affidata alla sola periferia non sembra sufficiente a gestire correttamente la circolazione del virus che richiederebbe controlli ancora più restrittivi per contenerne l’estensione, affidandosi ad una paralisi produttiva prolungata e perdita di competitività, il tutto in attesa del Congresso del Partito cinese all'inizio del quarto trimestre.

Borsa di Hong Kong

Il mercato finanziario cinese ha subìto un importante flusso di disinvestimenti e segnato l’andamento negativo dei suoi listini azionari. L’indice Hank Seng di Hong Kong in un anno ha perso oltre 10.500 punti (-36%) precipitando da oltre 29.000 del maggio 2021 ad un minimo di 18.400 punti di metà marzo scorso, per poi avviare un leggero recupero ai 20.800 punti di oggi. Su questo fronte ci sono stati innumerevoli problemi, in particolare le controversie che hanno riguardato le società tecnologiche cinesi quotate negli Stati Uniti, intimate di delisting per mancanza di trasparenza informativa, ma più recentemente per i timori di un rafforzamento militare nel rapporto Cina Russia. Dobbiamo infatti ricordare il congelamento dei fondi di investimento internazionali legati al mercato russo, deciso nell’ambito delle sanzioni dopo l’invasione dell’Ucraina, timori che hanno riguardato i medesimi fondi di investimento cinesi nel caso di una contrapposizione diplomatica e di appoggio militare della Cina alla Russia. L’indice di Hong Kong presenta al momento un rapporto di valutazione molto ridimensionato se rapportato allo scorso anno con il P/E ratio di 11,64x rispetto a 17,34x del maggio 2021, un valore di convenienza relativa se rapportato al MSCI All Country World  di 16,2x, sebbene commisurato con la situazione di incertezza che la seconda economia mondiale sta sopportando.

Leggi la ricerca selezionata da R&CA cliccando sul seguente link:

China: Navigating its way out of 'Zero-Covid'


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