2 ottobre 2018
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Metalli Industriali LME

 

La recente discesa dei prezzi delle materie prime rimane per molti strategist di portafoglio una scommessa di asset allocation ancora poco chiara. In una fase di buona crescita economica globale e di ripresa della domanda rimangono comunque aperti dubbi sulla efficacia di mettere in portafoglio questa classe di attivo, statisticamente prevista in una fase avanzata del ciclo economico delle aree sviluppate; la valenza dimostrata storicamente riguarda principalmente la crescita dei prezzi sia al consumo che alla produzione a fronte di progressivi aumenti occupazionali, accelerazione degli investimenti e maggiore disponibilità di credito in uno scenario economico espansivo.

Prezzi sotto pressione

E’ interessante comunque seguire l’andamento dell’indice dei metalli in questo ultimo ciclo economico, LME index, quale indicatore dell’andamento dei prezzi dei metalli industriali rilevato sul mercato londinese, il London Metal Exchange. Il minimo di ciclo risale a gennaio 2009 con l’indice a 1666,3 punti; da lì una risalita fino a 4432,6 a febbraio 2011. Un secondo minimo è tornato a novembre 2015 a 2145,10 punti per poi toccare l’ultimo massimo di periodo a inizio 2018 a 3432,50. L’attuale situazione vede l’indice a 2994,80 dopo un periodo estivo alquanto asfittico con l’indice posizionato sotto i 2900 punti. Secondo gli analisti a mettere pressione al mercato dei metalli industriali sono state in primo luogo le tariffe doganali che gli Stati Uniti hanno prima intimato e poi imposto alla Cina, una politica monetaria restrittiva portata avanti dalla FED statunitense e la crescita del dollaro: i mercati emergenti, maggiori esportatori di materie prime e soggetti alla forza del dollaro, quest’anno hanno mostrato una battuta d’arresto.

La Cina può rimanere un riferimento

Si deve aggiungere che gli analisti da tempo stanno ritenendo l’andamento dell’economia cinese responsabile del movimento dei prezzi delle commodity, vista la potenziale domanda proveniente dal paese e la velocità di sviluppo manifestata negli ultimi vent’anni. In verità la guerra commerciale iniziata da Trump verso la Cina ha un po’ spiazzato gli operatori che fino a qualche mese fa ritenevano possibile una rapida e preventiva soluzione all’applicazione dei dazi doganali, cosa che invece non è avvenuta. Secondo gli economisti proprio il prolungarsi dello scontro politico commerciale potrebbe pesare in termini reali sulla crescita economica globale, oltre che colpirne al sentiment positivo. Un rallentamento della locomotiva cinese sarebbe un chiaro motivo di perdita di fiducia e declino della domanda sui metalli industriali.

Prospettive sul mercato

Ancora una volta gli operatori del settore sono invece convinti che a medio termine i prezzi delle materie prime saranno più alti degli attuali. Le ragioni principali risiedono nei fondamentali macroeconomici che vedono una domanda crescente a fronte di una offerta stabilizzata nel tempo. Le scorte presso i mercati di approvvigionamento potrebbero vedere un graduale declino, mentre sono in atto importanti revisioni non solo nello sviluppo infrastrutturale, ma anche nelle scelte più innovative nei consumi come ad esempio quello delle auto elettriche. Anche sulla possibile diminuzione del ruolo della Cina, al momento arginata dalla politica commerciale degli Stati Uniti, gli operatori rimangono alquanto scettici: l’Asia si sta ancora una volta dimostrando una regione di solido sviluppo con accordi commerciali e finanziari locali in via di definizione come la piattaforma RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) tra i dieci paesi dell’ASEAN e le maggiori economie asiatiche Australia, India, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Cina, una partnership che rappresenterebbe 3,4 miliardi di persone, pari al 45% della popolazione mondiale, e un GDP di 49.500 mld $ ovvero il 39% del GDP Globale. 

Leggi la ricerca selezionata da R&CA cliccando sul seguente link:     

Metal prices under stress, but not burned

 


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