27 febbraio 2017
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Portafogli e Inflazione

   

Sono molti i commenti riguardo alla preoccupazione che l’inflazione fosse ormai morta e che la deflazione avesse preso il suo posto per un periodo prolungato. Le ragioni principali sono state condizionate, dal lato dell’offerta di beni e servizi, dagli enormi investimenti processati dal 2000, ma anche come conseguenza di due fattori chiave tra loro combinati tecnologia e produttività. Superato il lungo periodo della deflazione importata dei paesi sviluppati, il cui motore è stata la Cina, l’inflazione ha subìto il crollo dal lato della domanda con la crisi post subprime, un picco di disoccupazione statunitense sopra il 10% poi estesa anche in Europa. A farne le spese in primis i prezzi delle materie prime, e ancora più importante, il petrolio che dodici mesi fa aveva ampiamente rotto al ribasso il supporto di trenta $ per barile.

I tassi di inflazione si animano

Oggi lo scenario si presenta molto diverso. Il barile di petrolio è raddoppiato dai minimi della scorsa primavera, mentre i tassi di inflazione si stanno alzando in tutto il mondo; ecco le ultime rilevazioni: Usa + 2,5% (era all’1% nel gennaio 2016), Area Euro +1,8% (-0,2%), Giappone +0,3% (-0,1%) e Cina +2,5% (+2,3%). La spinta reflattiva delle banche centrali ha sicuramente svolto il suo ruolo tanto che la FED statunitense ha ormai esaurito la fase espansiva ed iniziato quella restrittiva. Come rappresentato, i fattori chiave dell’inflazione Usa stanno accelerando, a partire dai salari; la crescita della remunerazione nella crisi postfinancial era rimasta in sordina, mentre ora la tendenza sta lentamente cambiando: ancora modesto rispetto agli standard storici (6,29% annuo dal 1960 al 2016), la media oraria degli stipendi è in aumento del 3,57% anno su anno (dic. 2016), il passo più veloce dalla primavera del 2009.

Portafoglio di investimento

Gli Strategist di portafoglio sono convinti che, nonostante la prudenza degli economisti sul trend futuro dei prezzi, sia utile guardare con attenzione a questo fenomeno e al possibile impatto negativo riguardo ad alcune asset class. In particolare i gestori obbligazionari statunitensi ritengono opportuno usufruire del calo dei rendimenti per diminuire la duration dei governativi e posizionarsi su titoli a tasso variabile. Per la parte azionaria la preferenza vede un aumento dei titoli finanziari, peraltro già molto rivalutati, a fronte di una diminuzione del peso di Utilities e Consumer Staples. In Europa la situazione sembra prematura; il tasso di inflazione rimane sotto il target della BCE del 2% (solo la Spagna presenta +3%), e la politica del QE continuerà nel suo processo di acquisto di 60 mld al mese fino a fine anno. Come sempre l’estate sarà il periodo più critico anche perché superate le elezioni in Francia della tarda primavera ci saranno quelle in Germania ad inizio autunno.

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Trump and Inflation


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