16 giugno 2022
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Categorie: Global Allocation
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Revisione delle valutazioni

 

E’ ufficiale, l’indice S&P500, scendendo di oltre il 20% dai sui più recenti massimi, è entrato nel bear market; lo scenario si è complicato con l’uscita del dato inflattivo statunitense a + 8,6% che ha cambiato l’atteggiamento e il sentiment degli investitori alimentando dubbi sulla capacità della FED non solo di fare previsioni, ma di operare in modo da non deragliare la crescita economica già rallentata. Il tema delle valutazioni degli indici azionari torna al centro della discussione ei gestori di portafoglio. I modelli più usati vedono al centro il multiplo di valutazione che tende a scendere o salire in funzione delle previsioni di espansione del GDP e l’analisi dei profitti societari a 12 mesi (EPS - Earnings per share). La fase post pandemica aveva spinto il multiplo di valutazione dell’indice S&P500 nel 2021 a oltre 22 volte gli utili, in funzione di tassi di espansione economica molto elevati dopo la breve recessione del 2020. In effetti la ripresa a ‘V’ ha spinto in alto i profitti che da 140$ del 2020 sono arrivati a fine 2021 a 210$ con l’S&P500 a 4796 punti (oggi siamo a 3666).  

Nuovi livelli ERP

Secondo le analisi statistiche, dopo anni di ritorni che hanno moltiplicato gli indici dal secondo dopoguerra, con una media annua del 7,5%, e le ultime brevissime correzioni nel 2018 e nel 2020 sembra che gli investitori siano preoccupati dal mercato ‘orso’ che sta pesando sul 2022 con una pressante volatilità da montagne russe. La difficoltà di stimare efficacemente la nuova politica della Federal Reserve trova nel pensiero incerto dei responsabili monetari un tasso di inflazione ai massimi da 42 anni. Il rendimento negli Stati Uniti del Treasury a 10 anni più che raddoppiato  da inizio anno (oggi al 3,25%) ha messo in discussione l’ERP – Equity Risk Premium, e allo stesso modo il multiplo P/E fwd12m - prezzo/utili a termine. Le indicazioni di una possibile stabilizzazione dei valori con una risalita dell’S&P500 del 7,1%, dal minimo del 19 maggio di 3.900 fino al 2 giugno, non ha avuto seguito così come la strategia del ‘compra sul ‘ribasso’ - buy the dip - che ha ben funzionato negli ultimi 13 anni sembra ormai dimenticata.

Recessione dei profitti

Il timore di una recessione dei profitti è dato dalla sequenza dell’aumento dei costi alla produzione che oltre ai prezzi delle materie prime, in primis dell’energia, si pone come prossimo problema la richiesta di un ulteriore aumento dei salari; questo trova ragione nella revisione degli utili attesi. Il passaggio dell’aumento dei costi di produzione verso quelli al consumo, se è parso rallentato tra l’ultimo trimestre 2021 ed il primo 2022, sembra ora in piena accelerazione, venendo meno alle indicazione delle banche centrali che lo indicavano quale fenomeno temporaneo, come segnalato da Powell e Lagarde nell’autunno scorso. Sicuramente l’invasione dell’Ucraina ha messo subito in dubbio la loro posizione. Il rincalzo all’inflazione ha prodotto nell’ultima riunione della FED stime dei tassi a fine anno tra 3,25 e 3,5%, rispetto al 2% previsto ad inizio 2022, e impatti di costo di finanziamento ancora più elevati tenendo conto degli spread sulla qualità del credito. Alcuni analisti hanno iniziato quindi a ridimensionare il possibile aumento degli utili nella seconda parte dell’anno passando da una stima attesa di oltre il +10% ad un limitato + 5%. In questo scenario ha giocato fortemente la volatilità con l’indice VIX stabilmente vicino a 30 punti, livelli di avversione al rischio. Date le attuali fasi di incertezza, la prossima Earnings Season in partenza a fine giugno diverrà un importante riferimento per definire i flussi sugli indici azionari e sui livelli di valutazione delle borse.     

Leggi la ricerca selezionata da R&CA cliccando sul seguente link:

How Can Investors Prepare for a ‘Profits Recession’? 


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